VITA E MORTE DI UN LAVORATORE AI TEMPI DEL VOUCHER

 

La parola voucher appartiene da tanto tempo al lessico familiare dei premi commerciali, delle raccolte punti nei supermercati di fiducia dove ogni giorno andiamo a fare una spesa sempre più risicata, sempre più ricca di prezzi al ribasso.
Abbiamo una tesserina fedeltà che ci garantisce un paradiso settimanale, forse un viaggio ai tropici, un set di federe, una batteria di pentole o di piatti che resterà incompleta per l’eternità.
Ma come accade nella raccolta punti, il regalo non si sceglie e non si cambia. Ti accontenti di ciò che ti capita.
Sono punti spesa che non puoi trasformare, devi accontentarti di una piatto che userai per gli avanzi e che resterà solitario in fondo a una credenza.
Oggi quei punti siamo noi.
Siamo l’equivalente di quel piatto in fondo alla credenza, che se si rompe non importa, libera spazio per altri regali ‘che resteranno solitari e scompagnati per l’eternità’.
Il voucher non è moneta.
Il voucher non è nemmeno baratto, perché il baratto ha un fondo di equità compreso fin dall’inizio della pratica arcaica dello scambio.
Il voucher è un premio.
Significa forse che lavorare sia un premio dovuto alla fortuna di aver pescato il numero giusto?
Forse. Oggi trovare un lavoro somiglia sempre di più ad una lotteria a premi, una roulette dove però è sempre il banco a vincere sui diritti di chi lavora.
Quindi, lavorare non è un più diritto.
Per qualcuno, anzi, molti, la Costituzione è carta straccia e anche quell’art.1 conta pochissimo, non importa il primeggiare della posizione nell’indice degli articoli che dovrebbe caratterizzarlo come punto di principio irrinunciabile e di linea che determina tutto il resto del testo.
Chi ha deciso di applicare il metodo voucher alla retribuzione, millantando una semplificazione dovuta alla necessità di fluidità e alla lotta al lavoro nero, stava mentendo.
Chi ha deciso di cambiare il gioco se ne frega della Costituzione, dei diritti e di quelle regole che nella storia hanno fatto dei lavoratori il pilastro fondamentale della democrazia in questo Paese.
E mentire è lo sport più praticato dal Governo Gentiloni-Renzi. Colpire i lavoratori, il secondo.
Accettare per decreto il testo dei quesiti referendari è servito solo a disinnescarne la forza propulsiva del referendum indetto da CGIL.
Alla data fissata per il referendum incompiuto, quasi per festeggiare la vittoria della ragion di Stato sulla ragione di vita e morte dei lavoratori, si inverte la rotta come per sberleffo e quella apparente pietra tombale, viene sollevata per magia con la promessa di un nuovo decreto che ripristini il metodo voucher punendo ancora più fortemente le masse di lavoratori che già aspiravano a veder riconosciuti i loro diritti.
In tutto questo, spiace rilevare che anche a sinistra ci siano voci fuori dal coro, piccoli imprenditori che crescono all’ombra dei voucher e si prodigano in mille difese accampando anche loro un diritto sacrosanto a vedere scontata la loro responsabilità sugli obblighi retributivi di chi lavora per loro.
Il precariato è avvisato, sarà il primo a cadere sotto la scure, con grande soddisfazione di chi nella sinistra radical chic dei salotti, più in odor di centro, che di sinistra avrà soddisfazione a veder rimpinguato il suo portafoglio miserevole.
Per un Sindacato che incautamente si fida, milioni di cittadini non staranno a guardare.
La lotta continuerà, fino a quando l’ultimo voucher non sarà cancellato.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

Nessun licenziamento Unicoop Tirreno, ora rilancio azienda

 

“Il raggiungimento dell’accordo tra i sindacati e Unicoop Tirreno è un dato molto positivo, soprattutto se lo osserviamo per le ricadute occupazionali che comporta. E’ importantissimo aver evitato il rischio licenziamento per ben 600 posti di lavoro, e 600 posti di lavoro significano 600 lavoratori che alle spalle hanno altrettante famiglie”, dichiara Simona Ghinassi Coordinatrice di Sinistra Italiana – Federazione di Livorno.
“Gli ammortizzatori sociali e i contratti di solidarietà permetteranno un risparmio per la cooperativa di quasi 10 milioni di euro annui, ma non posso non prendere atto che per ora sono stati i lavoratori a fare un gesto importante, un ennesimo sacrificio richiesto a loro: con il risparmio sui loro salari hanno creato le condizioni di partenza economica che consentiranno il rilancio dell’azienda.
Ora serve un piano aziendale complessivo che protegga l’impegno assunto dai lavoratori e metta al centro il ruolo di Unicoop Tirreno, tutelando il risparmio del prestito sociale dei soci e valorizzi la funzione dei punti vendita di quartiere come quello di Corea.
Nello stesso tempo speriamo ci sia la lungimiranza di costruire da parte di Unicoop Tirreno, un rapporto diverso con i lavoratori, dal momento che ormai troppo spesso accade che l’azienda salga alla ribalta sulla cronaca per provvedimenti disciplinari, poi ritenuti illegittimi, nei confronti di chi in questo momento si è messo in gioco per salvare non solo il suo posto di lavoro, ma un idea sociale di commercio, che non è solo profitto, ma vicinanza e attenzione, confermando il contenuto sano della parola cooperazione.”

Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

Pare un insulto oggi pensare che il 1 maggio sia una festa da celebrare

1 MAGGIO 2017

Si può riaffermare un principio, ma la rabbia supera di gran lunga la voglia di festeggiare.
Il corpo dei lavoratori è violentemente sotto attacco.
L’unico numero implacabile che va ricordato è 33.017 e corrisponde al numero di disoccupati nell’area di Livorno. Il triste primato si è aggiornato ieri con l’ennesimo licenziamento: la crisi aziendale della Grandi Molini Italiani ha lasciato sul tappeto dopo una estenuante trattativa 17 lavoratori.
17 lavoratori significano 17 famiglie.
Nessun ottimismo su un futuro che appare nero e in caduta libera.
Il neoliberismo gioca la sua partita quotidiana dando fondo alle sue implacabili regole.
E se parliamo di regole, non possiamo dimenticare l’asservimento della politica dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni nei confronti di chi detiene il potere e detta l’agenda stringendo sempre di più il cappio al collo del mondo del lavoro.
Produrre di più e pagare meno. Questa è l’unica regola.
I diritti dei lavoratori diventano carta straccia, orpello rinunciabile in nome del vertiginoso mondo della legge di mercato che non perdona nessuna debolezza e schiaccia col suo pugno chi non regge il passo al mito del profitto.
Se l’economia mondiale poggia sull’immaterialità della finanza, non significa che dietro quelle cifre, non ci siano uomini in carne e ossa. Prima lo capiremo e meglio sarà. I grandi capitali finanziari da dove derivano? Qual è il punto di partenza? Se basta un click per spostare denaro da una parte all’altra del pianeta, a questa velocità corrisponde la facoltà di decidere chi, quando e perché deve essere piegato e sacrificato in nome della produzione di ricchezza.
Un tempo la frase Terzo Mondo, indicava un continente di povertà lontano dall’Occidente. Oggi il Terzo Mondo investe il mondo nella sua globalità, proprio perché la povertà è essa stessa diventata fenomeno legato alla globalizzazione che converte al suo interno un vocabolario che non fa sconti dal quale sono state cancellate le parole diritti, uguaglianza, sicurezza, salute.
L’atteggiamento complice della politica, grava sul mondo, con enormi responsabilità soprattutto in virtù del fatto che sono le istituzioni a rinunciare alla loro sovranità e a inginocchiarsi di fronte alle leggi di un potere sempre più circoscritto fra le mani di pochi, mostrando non i denti in difesa dei cittadini che rappresentano, ma accondiscendenza e servilismo in cambio di un posto da lacchè nell’olimpo del potere.
Il nostro Paese è lo specchio evidente di questa deriva. Le scelte calate come una mannaia su cittadini e lavoratori, portano il nome di Jobs act, Fiscal Compact, TTIP, e molto altro. Per la maggior dobbiamo riferirci a ‘creazioni autoctone’ delle quali non possiamo altro che ringraziare il PD e chi lo rappresenta, d’altra parte hanno dimostrato di essere perfetti traduttori del neoliberismo convertito in salsa italiana.
Sigle, inglesismi, acronimi, incomprensibili nei contenuti ai semplici che continuano a non accorgersi che questa deriva non è colpa di un destino ineluttabile, cinico e baro, ma ha responsabili che hanno nomi e cognomi.
Solo la partecipazione alla lotta civile e democratica può cercare di scalfire questo stato di cose e una politica di Sinistra può agire come guida e dare contenuti ad una battaglia che dovremo vincere non solo per noi, ma per garantire un futuro alle generazioni che verranno.
Sinistra Italiana è una parte della Sinistra in questo Paese e si muoverà nel solco della difesa dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. Senza abbassare la guardia, senza risparmiare attacchi e critiche feroci, produrrà proposte e azioni reali, legate a bisogni reali.
Il nostro primo maggio sarà un giorno di lotta, esattamente come gli altri 364 giorni.
Fino a quando ci sarà un solo lavoratore in difficoltà, noi saremo al suo fianco.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

#1maggio, qualcosa di più di una semplice ricorrenza !

Il Lavoro è un diritto fondamentale per la vita di tutti gli uomini e le donne, per la loro dignità e la propria autonomia.
Vorremo che il 1º maggio non fosse soltanto una semplice ricorrenza quanto il momento più significativo di ricordare il valore del lavoro stesso. Sentiamo l’esigenza di ricostruire e rilanciare una vera e propria cultura del lavoro in modo che possa restituire dignità e prospettive reali alle persone che di questo vivono.
Implicito quanto scontato, ricordare quindi l’importanza delle lotte sociali e sindacali che hanno visto i lavoratori e le lavoratrici affiancate, in una lotta talvolta impari, dallo stesso movimento sindacale.

Oggi un liberismo senza freni condiziona l’economia reale e le scelte politiche; toglie diritti, aspettative e dignità alle persone che vogliono vivere onestamente del proprio lavoro, contrapponendo allo stesso, l’arbitrio e l’arroganza di un libero mercato che cerca di sostituirsi alle regole imponendosi senza condizioni.

A Livorno il Lavoro è un miraggio che appare sempre più lontano: c’è poco da festeggiare! Forse è venuto il momento di fare cessare la politica degli annunci e dei proclami che troppe volte hanno avuto solo una finalità elettorale.
Impossibile non sottolineare con amarezza le stesse promesse ancora non mantenute dallo stesso Presidente della Regione Enrico Rossi. Va costruito, invece, un progetto di sviluppo industriale, economico e sociale compatibile con l’ambiente; che tenga conto delle potenzialità e delle risorse del territorio.
Tra le più significative la proposta di una Darsena Europa finalmente operativa; tenendpo però presente che le risorse economiche reperite dall’Autorità Portuale di Livorno rappresentano una tappa importante ma non il vero e unico punto d’arrivo per un rilancio occupazionale (e pieno) della città stessa.

Sinistra Italiana punta ad individuare progetti che possano investire risorse nel mondo della Cultura, del Turismo e della Portualità, cercando di valorizzare l’intera costa Tirrenica. Livorno ha bisogno di questo per rilanciare le proprie attitudini.

Il Primo Maggio Labronico non può essere limitato ai soli festeggiamenti musicali o ad una sterile difesa dei beni comuni in aree occupate: serve un progetto di rilancio economico della città concreto, concertato e realizzabile.

Siamo consapevoli, oggi più che mai, della necessità di chiedere a gran voce un cambio di rotta politico e sociale volto ad incentivare una serie di politiche attive e maggiormente incisive in campo occupazionale, così come recitano le regole sancite dalla Costituzione. La sinistra continuerà a battersi per questo, ricordando che parlare di lavoro significa in primis pensare a tutti coloro che, incolpevolmente, il lavoro ancora non sanno neppure cosa sia !

Sinistra Italiana Livorno

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