Assemblea Regionale Toscana, lettera di Giulio Cesare Ricci

 

Care compagne e cari compagni,
per impegni professionali presi da tempo non potrò partecipare ai lavori della nostra Direzione regionale, non a caso convocata a Livorno, la mia città, dopo la terribile emergenza che causò la morte di tante persone poco più di un mese fa. A loro, intanto, va il mio pensiero commosso, e penso anche con affetto a quella bambina rimasta in vita dopo aver perso l’intera famiglia. Spero che la solidarietà delle istituzioni e dei cittadini livornesi sappia rispondere subito con concretezza ai bisogni, alle necessità, alle priorità di chi è rimasto coinvolto in quella tragedia, perdendo molto o tutto.
Da quella tragedia del 10 settembre, tuttavia, dobbiamo ripartire, perché la sola speranza, qui ed ora, passa attraverso la sinistra, la sua storia, la sua sensibilità, la sua onestà, la sua capacità di saper progettare il futuro. E passa attraverso la sinistra perché qui è di casa il criterio per identificare ciò che è giusto socialmente, ma non conveniente, magari per il consenso. A sinistra è di casa il criterio politico per combattere le diseguaglianze, quelle di partenza, quelle di genere, quelle di ceto. E a sinistra sono di casa anche l’attenzione e la sensibilità verso l’istruzione, la cultura, l’arte. Essere di sinistra non è una medaglietta che s’indossa al collo, come un cimelio del passato. È uno sguardo diverso sul passato, come lezione indispensabile per progettare il presente e il futuro.
Certo, essere di sinistra in Toscana è apparentemente più semplice che esserlo a Matera, o a Napoli, o Reggio Calabria o a Catania, proprio in virtù di quella storia, di quel passato, che non dobbiamo mai smettere di raccontarci, per evitare di tradirlo, e di tradire coloro che hanno reso grande questa Regione dal dopoguerra. Intanto, nel momento di maggiore difficoltà per la democrazia, mentre viene approvata una legge elettorale truffa, con metodi parlamentari degni di un altro Ventennio, messi in atto dal Partito democratico, richiamare la storia antifascista e democratica della sinistra di questa Regione è fondamentale. È il giusto antidoto per rammentare a quella parte di elettori che si riconosce in formazioni politiche diverse dalla nostre (Pd, o 5stelle) che l’abbandono dei valori, della storia, della lezione democratica della sinistra, anche toscana, porta a queste derive, a questi nuovi fenomeni di autoritarismo, già vissuti con il progetto di legge di revisione della Costituzione, abbattuto col referendum del 4 dicembre. Ma ricordo qui ed ora che la Toscana, insieme con l’Emilia Romagna e il Trentino, uniche tre regioni italiane, ha votato Sì a quel referendum con una maggioranza del 52%. Quel milione e centomila voti favorevoli al progetto renziano sono solo l’espressione di una disciplina di partito, oppure sono una spia delle difficoltà che affronteremo nei prossimi appuntamenti elettorali? Non sarebbe il caso, allora, puntare molte delle nostre carte proprio sull’equazione sinistra uguale a Costituzione, ai diritti e alle libertà in essa contenuti? Ovvero, scatenare un’ampia battaglia politica, culturale, sociale sul necessario ritorno alla Costituzione antifascista e democratica del 1948, costruendo il nesso con la specificità dell’essere di sinistra. Il lavoro come diritto, ad esempio, ma anche la cultura e l’accesso al sapere come diritti inalienabili, che ci portano a fare come in Germania, rendere gratuito l’accesso ad ogni forma di istruzione e di formazione, perché là è il futuro civile di un Paese moderno, ed anche la protezione, la cura, la salvaguardia dell’ambiente umano e di quello naturale, come ci induce a fare papa Francesco. E infine, consentitemi di aggiungere tra questi diritti fondamentali anche la riproposta dei partiti e dei sindacati come associazioni indispensabili per il corretto svolgimento della democrazia. Quei partiti e quei sindacati dove le persone si guardano negli occhi, e si parlano, si scambiano informazioni, opinioni, e pure qualche critica, senza nascondersi dietro il velo di ipocrisia di uno schermo.
Insomma, sinistra è anche questo vizio vintage di parlarsi, tra compagne e compagni, guardandosi negli occhi. È questo vizio vintage di stare ad ascoltare giovani e talentuosi musicisti classici, usciti dalle nostre accademie musicali, in una festa popolare di partito. È il vizio democratico di usare il conflitto per denunciare soprusi, privilegi e disuguaglianze. Insomma, sinistra è quel vizio vintage di far riemergere quell’antica passione per la politica che alberga dentro ciascuno di noi, sia nella sua individualità, che nella nostra soggettività sociale. Se riusciamo anche nella non semplice Toscana a veicolare questi “semplici” vizi vintage, ce la faremo. Lo spazio a sinistra si è fatto molto grande. Conquistiamolo.

Giulio Cesare Ricci

 

 

 

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