A future to believe it #GiuseppeBrogi @Sinistrait_ #Toscana

Intervento di apertura all’Assemblea Regionale Sinistra Italiana Toscana

Firenze, 23 aprile 2016
“A future to believe it”. In italiano “un futuro in cui credere”. E’ lo slogan del 75enne Bernie Sanders. Molto probabilmente Sanders non vincerà le primarie democratiche negli Usa, ma quel candidato che non ha timore a definirsi socialista ha già ottenuto due grandi successi: ha cambiato il panorama politico di quel Paese ed ha liberato nuove energie, facendo incontrare migliaia di giovani con la politica e questi saranno indispensabili per battere l’orribile Trump. E, come sappiamo, quello che accade negli Usa si riverberà anche nel vecchio continente.

Lo slogan di Bernie Sanders – “un futuro in cui credere”- è anche il senso della sinistra in ogni latitudine, che ha bisogno di una visione, di pensieri lunghi per costruire una vita migliore, un orizzonte da desiderare e verso cui tendere e, insieme, la volontà di guardare al mondo e non al proprio ombelico, ai problemi del nostro tempo da cittadini planetari, alle questioni epocali che caratterizzano la nostra vita da qui in poi: le migrazioni strutturali, le disuguaglianze economiche sempre più forti e la svalorizzazione del lavoro per effetto della crisi e di quella che è stato definita una “lotta di classe all’incontrario”, i cambiamenti climatici che inesorabilmente procedono.

Sono questioni connesse e con esse se ne intrecciano altre: lo strapotere della finanza e la riduzione dello stato sociale, specie salute e scuola, considerato un peso anziché un fattore di civiltà e progresso; il ruolo dei cittadini attraverso le loro rappresentanze e lo stato della democrazia sempre più povera, considerata un intralcio e non l’anima di ogni comunità; i fondamentalismi religiosi ed il terrorismo in casa.

Oggi guardiamo preoccupati alla nostra Europa matrigna, alle ondate di terrorismo e all’uscita a destra di tanti Paesi che ripropongono l’ostilità delle piccole patrie e della fortezza con muri e filo spinato in faccia al grande lago Mediterraneo diventato il cimitero più grande del dopoguerra. Come ci spieghiamo queste cose? Nel nostro tempo c’è un enorme vuoto di senso, di speranza: la finanza ed i tecnocrati sono il dominus, mentre il consumismo diviene l’identità sostitutiva di valori e senso dell’esistenza. Manca un credo laico, una speranza civile, che dunque va costruita; manca la politica, per una via d’uscita positiva, che dunque va rifondata.

In un paesaggio fatto di individualismo e sterilità e con una politica ancella della finanza e dell’ordine esistente, si staglia il fascino del Pontefice che incontra i movimenti popolari, scrive l’enciclica “Laudato sì”, va nell’isola di Lesbo e porta a casa un gruppo di profughi come metafora dei corridoi umanitari da aprire.

Lesbo, Grecia. Un paese paurosamente impoverito e, tuttavia, capace di grande umanità, tanto da farsi carico di un enorme esodo. Un popolo che di fronte allo strapotere delle tecnocrazie ha fatto vincere Alexis Tsipras, affidandogli un compito arduo: risanare con giustizia sociale e proteggere quanto di più caro ha un popolo: la dignità.

Una parola antica e modernissima, senza tempo: dignità. Quella dei nostri nonni, padri e madri che nel secolo scorso si liberarono dal giogo nazifascista, che impararono a non togliersi il cappello di fronte al potente, che tirarono la cinghia per mandare a scuola i figli, che irruppero nella scena pubblica, conobbero i diritti e cambiarono la società. Quel filo non l’abbiamo smarrito e si ripresenta in forme nuove nel nuovo secolo.

Ma non basta dire “sinistra”, perchè la parola ha perso significato e per i più giovani non l’ha avuto. Va reinverata. Non basta accatastare tanti no, se poi non fiorisce un grande Sì, come ha giustamente detto Luciana Castellina a Cosmopolitica. Non basta dire “politica”, se non le ridiamo un senso ed una funzione. Non basta sostenere che c’è bisogno di cambiare, se non c’è chi ogni giorno vive sogni e bisogni e li rappresenta attraverso uno strumento utile. E non basta promuovere un partito, se questo non è soprattutto una grande comunità portatrice di una speranza collettiva.

L’asticella deve essere alta, come l’ambizione di fare una sinistra larga e popolare, con una propria autonoma cultura politica capace di renderla più forte di qualunque rovescio o scadenza elettorale.

Dopo Cosmopolitica oggi partiamo, anche qui da noi. Dopo troppi mesi trascorsi a livello nazionale a ragionare su noi stessi – l’ombelico – apriamo le finestre e guardiamo fuori. Quei grandi temi prima accennati rivestono molti significati. Sono il nutrimento per un’identità di sinistra, sono le campagne che Sinistra italiana porterà avanti nei prossimi mesi per nascere nel vivo di una mobilitazione e non nel chiuso di una discussione autoreferenziale, sono l’incrocio con sindacati, comitati, associazioni. Abbiamo voluto di proposito una mattinata dove i temi lavoro, ambiente, scuola, migranti, salute, costituzione fossero esposti da chi è in cammino. Anche per sottolineare due aspetti: che siamo consapevoli dei nostri limiti e che al bonapartismo renziano, che irride e attacca i corpi intermedi mentre al proprio interno prosperano inconfessabili gruppi di potere, noi contrapponiamo, invece, la democrazia fatta di uomini e donne che fanno sindacato, volontariato, che esplorano buone pratiche, che tessono legami sociali per contrastare solitudine, isolamento, individualismo. Senza di essi l’Italia sarebbe alla deriva, se resiste è grazie ad essi e con essi noi vogliamo costruire, appunto, “un futuro in cui credere”.

Nelle prossime settimane noi vogliamo, lo dico con cinque verbi, nutrire, allargare, appassionare, organizzare quest’impresa nella sua fase costituente che ci porterà a dicembre al congresso fondativo. Raccogliendo le adesioni, facendo sorgere comitati promotori di Sinistra italiana accanto a quelli già nati, tuffandosi per intero nella raccolta delle firme sui vari quesiti referendari, inventando d’estate feste e incontri all’aperto, tenendo le porte aperte per chi vorrà venire, promuovendo nostre iniziative in ogni parte della regione. Le dico per titoli e slogan:

–       pace, riconciliazione, cooperazione: Sì, un altro mondo è possibile

–       cambiamenti, climatici, consumismo, nuovo modello di sviluppo: Sì, riconvertiamoci

–       non più soli e non più divisi: Sì, da ora uniti nel lavoro e nei diritti per l’uguaglianza

–       migranti, accoglienza e convivenza: Sì, sono la nostra risorsa

–       Costituzione, non decide uno solo, decidono tutti e tutte: Sì, questa è la democrazia

Questa è la nostra cifra positiva, all’interno della quale deve brillare una stella che diamo troppo per scontata, la questione morale, solo a partire dalla quale potremo ridare un senso alla politica nel mare nero della sfiducia, dell’affarismo, del carrierismo. Non siamo tutti uguali e tutti sporchi, e l’onestà non è affatto prerogativa dei 5 stelle. Mani pulite, spirito di servizio, passione disinteressata: ce l’ha insegnato chi è venuto prima di noi e noi ne facciamo le nostra fondamenta per ricostruire la sinistra del futuro, sapendo che le indispensabili qualità personali non bastano se non c’è un popolo che con protagonismo e partecipazione si fa antidoto a qualunque degenerazione.

Andiamo controcorrente quando ci proponiamo di far nascere un partito. Per farlo, per affermare un soggetto politico di tipo nuovo, un partito nuovo, bisogna diramare luce e vivere a più dimensioni, quando molti degli attuali partiti vivono solo la vita del comitato elettorale. Serve un partito costellazione:

–       costruttore di senso comune, di senso, di speranza,

–       radicato nel territorio ed insediato tra gli strati popolari,

–       che sprigiona un’autonoma cultura di cambiamento e di governo in ogni circostanza,

–       che si cimenta con altri linguaggi e pratiche,

–       che fa crescere tante persone/testimonial che incarnano la buona politica,

–       che si offre anche a chi vuol fare un’esperienza concreta su un singolo tema,

–       che incorpora spirito e fare civico, per e nella propria comunità locale,

–       che recupera e pratica lo spirito mutualistico,

–       che si preoccupa della cura dei rapporti e delle relazioni tra ogni singolo individuo.

In conclusione, uno strumento collettivo diverso per intervenire nella società italiana dove s’è formata una crosta fatta di rassegnazione, disinteresse, talvolta rancore, come un terreno arido da dissodare, bonificare, irrigare, con un lavoro che non dà subito i suoi frutti. Su quella crosta si aprono crepe e insieme si vedono paura e speranza, egoismi e solidarietà, furbi e umili, disperazione e riscatto. Spetta anche a noi coltivare quel terreno, contrastare i primi e stare dalla parte dei secondi per rappresentare un’alternativa che passo dopo passo vuole vincere per cambiare. Noi ci proviamo. Non per eroismo, non perché siamo speciali. “No hero” canta Elisa nella sua ultima canzone dal testo tanto dolce quanto il sound è energia allo stato puro: “Non dire che è finita, siamo alla ricerca di giorni migliori, non ci sono perdenti, guarda i giorni migliori,
 solo questo conta”.

Giuseppe Brogi

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