La battaglia navale di Livorno

 

Il dibattito politico ed economico livornese è dominato, da quasi due anni, dal braccio di ferro sanguinoso fra Comune ed Autorità Portuale. Nell’ambito della nuova governance del porto prevista dalla riforma Del Rio, il Sindaco Nogarin ha chiesto ufficialmente, a Febbraio scorso, di essere nominato personalmente come rappresentante del Comune nel nuovo comitato di gestione della neonata Autorità portuale di sistema, che governerà i porti di Livorno e Piombino. Che un politico faccia parte di tale comitato non è un fatto nuovo, né sconvolgente: la Serracchiani, in Friuli Venezia Giulia, ne è componente. Nell’ultimo comitato portuale pre-riforma, il Sindaco di Collesalvetti, Bacci, un piddino di fede renziana, era un componente. Tuttavia, a Nogarin (come peraltro anche al Sindaco di Civitavecchia, anch’egli grillino, che ha chiesto di entrare nel comitato portuale) il Presidente dell’Autorità ha negato la richiesta di nomina, adducendo che il profilo dei nuovi comitati post-riforma debba essere tecnico e non politico.
Ne è seguita una battaglia legale, tuttora in corso, accompagnata da diverse ritorsioni, come il tentativo fallito di Nogarin di bloccare l’ulteriore proroga dell’attuale segretario generale dell’Autorità, fortemente voluta dal Presidente, dopo aver invece acconsentito alla proroga precedente, quando ancora i rapporti fra i due erano improntati alla diplomazia. Che Nogarin voglia fortemente essere nominato personalmente rappresentante del Comune nel comitato di gestione evidenzia, da un lato, come egli non possa fidarsi di un “tecnico” di un Comune tuttora fortemente “infiltrato” dal Pd, che ha governato ininterrottamente la città fino al 2014. D’altra parte, ciò evidenzia anche come dentro la gestione futura del porto sia in atto una guerra politico-economica feroce, che spiega anche la resistenza dei vertici dell’Autorità (il cui Presidente è stato nominato dal Ministero delle Infrastrutture in accordo con il Presidente della Regione Toscana, quindi deve la sua nomina a istituzioni governate dal Pd).
Il vero pomo della discordia ha nome e cognome: si chiama “Nuovo Terminal Darsena Europa”, un progetto da 650 milioni di euro, entrato nella fase di pre-appalto, per la realizzazione di una nuova piattaforma a mare con fondali fino a 17 metri e lunghezza di banchine fino a 1.500 metri, idonea per accogliere le nuove maxi-portacontainer Post-Panamax e Triple E aventi capacità di carico fino a 18.000 teus. Navi che, nella tendenza in atto al gigantismo crescente legata ad economie di scala, secondo molti rappresentano il futuro del traffico container, e che oggi non possono attraccare nella esistente Darsena Toscana del porto, che ha fondali troppo bassi e lunghezza troppo ridotta. Un progetto sul quale sia il Governo Renzi, sia il governatore toscano Rossi, quando ancora era nel Pd, hanno scommesso molto, investendo ciascuno 170 milioni di euro.
Tale progetto è fortemente avversato dai 5 Stelle. Sin dal suo programma elettorale, Nogarin aveva promesso una revisione dello studio di fattibilità, non per bloccarlo, ma per rivedere alcuni aspetti progettuali, in una logica di impatto ambientale negativo (sostenendo che l’opera potrebbe accelerare l’erosione della costa e il dragaggio dei fondali potrebbe inquinare di velenosissimi fanghi da risulta lo scolmatore, che fa da confine fra l’imboccatura della nuova piattaforma a mare ed un parco naturale regionale). Tuttavia, la diplomazia di Nogarin, mirata solo a rivedere alcuni aspetti progettuali, è scavalcata dal ben più forte radicalismo dei meetup grillini livornesi e pisani, e di alcuni dei suoi Assessori, che mirano a bloccare l’intero progetto, avanzando, oltre al tema ambientale, timori di infiltrazioni mafiose nei lavori e una riconsiderazione dell’analisi di impatto economico/finanziario dello studio di fattibilità, alla luce di stime più pessimistiche circa l’andamento futuro dei traffici.
Questa battaglia è stata combattuta, da entrambi i fronti, usando armi pesanti e colpi sotto la cintura. Come quando, a Febbraio 2015, Nogarin prese la parola durante la presentazione ufficiale dello studio di fattibilità, presso la sede dell’Autorità portuale e, davanti agli sguardi allibiti di investitori internazionali ed operatori del settore, si lasciò andare ad una critica assoluta sui numeri e gli scenari previsionali dello studio stesso. O quando la nuova legge urbanistica regionale, approvata dalla Giunta-Rossi a novembre 2014, ha modificato i termini con i quali i Comuni possono approvare varianti ai piani regolatori portuali, assegnando un termine massimo, assolutamente ingestibile, di 60 giorni, in modo da impedire alla Giunta Nogarin di far passare una variante di blocco del progetto di Darsena Europa.
Gli interessi economici in gioco sono enormi, e non riguardano soltanto la torta degli appalti per l’opera. I fondi di investimento inglesi che oramai controllano la Darsena Toscana di Livorno potrebbero, come si vocifera, avere in mente un progetto di integrazione strategica fra i traffici container delle banchine che controllano a Livorno ed a Genova, o che controlleranno (perché accanto al progetto di Darsena Europa livornese, anche lo scalo ligure ha un analogo progetto). Un progetto concepito da tali fondi di investimento per spartirsi il crescente traffico derivante, almeno nel breve periodo, dal raddoppio del canale di Suez e dall’apertura della Nuova Via della Seta, e quindi dall’incremento dei traffici polarizzati sul Mediterraneo occidentale. Mentre il quadrante dei mercati dell’Europa centro orientale e del Vicino e Medio Oriente dovrebbe essere presidiato da scali come il Pireo, Port Said-Damietta, gli scali turchi e, sperabilmente, Taranto e Trieste, i traffici provenienti da Panama e Suez destinati al quadrante dell’Europa occidentale e meridionale, oltre che del Nord Africa, potrebbero, secondo la visione di Infracapital e degli altri fondi che investono su Livorno e Genova con un approccio di sistema, essere catturati in modo crescente da questi due scali, se si realizzeranno le infrastrutture per l’accoglienza delle navi giganti. Inutile dire che tali progetti dovranno combattere, sul quadrante di mercato evidenziato, contro la nutritissima concorrenza dei potentissimi ed attrezzatissimi scali del Northern Range (la triade mortale Rotterdam-Anversa-Amburgo), di Marsiglia, Algeciras, Tangeri, Marsaxlockk, o, in Italia, La Spezia e Civitavecchia.
E’ comunque tutta roba che passa ampiamente al di sopra della testa della politica italiana, locale, regionale o nazionale. Mentre i piddini, fedeli alla loro natura, assecondano in modo totalmente acritico i progetti di espansione navale dei grandi player privati internazionali, sostenendo e finanziando il progetto di Darsena Europa, i grillini fanno una opposizione altrettanto demagogica ed acritica, basata su ipotesi di impatto ambientale che andrebbero asseverate scientificamente in modo neutrale, e su timori di infiltrazioni mafiose (che però porterebbero al blocco totale di qualsiasi opera pubblica nel nostro Paese, se dovessero essere assecondate sempre). In entrambi i casi, manca completamente una visione strategica del futuro di Livorno. Manca un ragionamento complessivo sulla sostenibilità dei driver di sviluppo, nel medio-lungo termine, della città. Siamo sicuri che il futuro passi in via prioritaria dai container ? Se la concorrenza sul quadrante occidentale del Mediterraneo è, come si è visto, così feroce (parliamo di porti che infrastrutture come la Darsena Europa le hanno già realizzate, e non di rado hanno valori di costo e produttività del lavoro in banchina molto più vantaggiosi di quelli italiani) ? Se, come iniziano a sostenere alcuni studiosi, il fenomeno del gigantismo navale dovesse invertirsi, per via di costi ambientali ed energetici non più sostenibili ? Se le ipotesi di aumento futuro dei traffici mediterranei fossero sovradimensionate, in un mondo in cui USA ed Europa sembrano correre verso forme di protezionismo reciproco ?
Se le attività portuali rappresentano un terzo del Pil cittadino, sarebbe forse opportuno chiedersi se una multifunzionalità dello scalo, piuttosto che una specializzazione eccessiva sui container, non dia più garanzie di sviluppo futuro. Se l’ipotesi crocieristica sia ancora da percorrere, ed in questo quadro, se la privatizzazione di Porto 2000 sia stata una scelta corretta o meno. Se una banchina multifunzionale, che fornisse anche servizi di Ro-Ro, oltre che di traffico teu, non potesse essere una opzione percorribile per Darsena Europa. Nessuno si è fatto domande. La politica cittadina, regionale e nazionale si divide fra chi obbedisce alle direttive dei mercati e chi fa una opposizione sterile, senza proporre un progetto alternativo. Se vogliamo, la vicenda qui narrata è paradigmatica del tracollo dell’intero Paese, e dell’assenza di prospettive di recupero futuro.

Riccardo Achilli

 

Livornesi indisciplinati o strenuo tentativo di far cassa? Servirebbe solo un piano della mobilità che non c’è.

 

60.000 multe in cinque mesi, 12.000 al mese, 400 al giorno. Che noi livornesi, alla guida, siamo indisciplinati non è proprio contestabile ma per far cambiare questo insano atteggiamento le multe sono davvero il rimedio? Programmare per i prossimi mesi ulteriori 12.000 posto auto a pagamento è un modo corretto per risolvere il problema? Gli ultimi interventi sulla viabilità (via di Salviano, rotatorie in Scali Novi Lena ecc.) servono a migliorare la situazione?

Questi provvedimenti fanno inevitabilmente sorgere un dubbio sulla reale volontà che vi sta dietro, ovvero fare cassa per il bilancio comunale invece che risolvere il problema alla base. Ci sono molti diversi modi per scoraggiare l’uso dell’auto privata, per migliorare la qualità della vita dei cittadini prendendosi, allo stesso tempo, cura dell’ambiente. Migliorare il trasporto pubblico, per esempio. Rendendolo efficiente, veloce e puntuale. Fare in modo che il suo utilizzo sia appetibile. Sfatare la vecchia idea che i mezzi comunali siano inaffidabili, costosi e, in generale, impraticabili.

È triste notare che, invece, la giunta comunale sembra andare in senso opposto creando le LAM senza corsie preferenziali, tagliando chilometri e chilometri su altre linee e installando, fra l’altro, rotatorie e semafori dove non servono il cui effetto è quello di rallentare in maniera insostenibile il traffico.

Le multe saranno sempre necessarie ma un meccanismo sanzionatorio deve agire da deterrente. Quando, invece, la sua applicazione diventa sistematica questo meccanismo ha sostanzialmente fallito.

C’è un grande bisogno di un serio piano della mobilità che tenga conto di tutte queste istanze, interrompendo la pessima abitudine di tutte le precedenti amministrazioni di proseguire con interventi sporadici, ignorando la realtà territoriale, che spesso creano più disagi che benefici.

Stefano Fassina question time a Montecitorio su Aferpi Piombino

 

Question Time a Montecitorio Sinistra Italiana – Possibile su acciaierie AferpiSul futuro delle acciaierie Aferpi di Piombino, dopo la risposta del governo alla nostra interrogazione oggi nell’aula di Montecitorio, ci aspettiamo ora che nei prossimi giorni si firmi l’atto di proroga dell’amministrazione straordinaria che è in scadenza tra 9 giorni.
Lo afferma Stefano Fassina, responsabile lavoro di Sinistra Italiana, dopo il question time alla Camera dei Deputati.

La proroga – prosegue l’esponente di SI – deve portare a dare attuazione in tutte le parti, bonifiche incluse, al piano industriale presentato dal gruppo Cevital, anche mediante il coinvolgimento di partner industriali. 

Di fronte al perdurare dell’inadempienza di Cevital, confermata dalle parole del Governo rappresentato in aula dalla ministra Finocchiaro, riconosciamo l’impegno alla revoca della cessione anche attraverso l’utilizzo dell’art 8 del “Decreto Mezzogiorno” appena pubblicato. 

L’acciaieria Aferpi di Piombino è un asset di qualità, deve essere rivitalizzata e l’occupazione salvaguardata, indotto compreso. Avremmo preferito che il governo si fosse mosso con più sollecitudine nel passato senza arrivare a ridosso della scadenza del 30 giugno. Noi comunque – conclude Fassina – continueremo a seguire gli sviluppi della vicenda affinchè siano esercitati tutti gli strumenti utili per riaprire un sito produttivo strategico per il nostro Paese e per il futuro economico e sociale della Val di Cornia. 


Prima parte

Seconda parte

L’unità è essenziale così come la credibilità e la coerenza

 

Aver votato sì il 4 dicembre, sarà troppo da dire, ma per me vale come una differenza di sostanza che qualifica, che fa capire a te e agli altri chi sei, e cosa pensi di chi divide il mondo in due parti, una buona che vince ed una cattiva che perde e soccombe.

Cosa ha vinto il 4 dicembre? Un concetto di democrazia che credevamo ormai perduto fra le pieghe dell’egoismo e dell’individualismo di quella matrice liberista che ha invaso e regola ogni minuto della nostra esistenza.

Ha vinto il significato che quella campagna referendaria culminata nel risultato del referendum, ha risvegliato nel cuore di molti che sono tornati a votare e a chiedere di contare ancora un’ultima volta affinché tutto non fosse perduto.

Come fosse il saldo di un ultimo debito per salvare non solo noi stessi, ma un futuro oggi sempre più lontano.

Dentro le urne quel giorno, si è presentato un popolo variegato, multiforme, non rappresentato e non rappresentabile ma con un unico comune denominatore: ‘fare di tutta l’erba un fascio ’ e dichiarare impietosamente la sfiducia nella politica di oggi, la politica che toglie diritti e difende solo chi non avrebbe bisogno di essere difeso e la politica che pare non avere la forza di comprendere che deve cambiare perché ciò che ha fatto non basta.

La Sinistra liquida scomposta e ricomposta più volte non convince più, ma si è rialzata e uno scatto d’orgoglio c’è stato nel momento stesso in cui si è rialzato quel velo dai suoi occhi e in tanti abbiamo cominciato a capire l’emergenza.

E’ stato come svegliarsi da un lungo sonno.

Quella Sinistra era al Teatro Brancaccio dove non bastano i posti per chi vuole entrare, domenica mattina in una Roma assolata ma ancora assopita.

Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno suonato la campanella delle 10 con l’inizio di una lezione importante.

La politica di sinistra, anche quella che si fa chiamare così, è in ascolto, anche in prima fila.

Impossibile non imparare qualcosa. Sapevamo già ma l’abbiamo dimenticato per un po’. La maggior parte di noi è nata sapendo di poter contare sulla Costituzione, una rete invisibile, che oggi bisogna continuare a proteggere ridando corpo, ma non sostanza con una difesa ad oltranza che significa pretesa di attuazione. Ricordiamoci però che è così solo perché il 4 dicembre ha vinto il NO, diversamente la lotta sarebbe stata ancora più dura e tutti noi abbiamo compreso perché.

I nostri due ospiti lo sanno meglio di noi.

A scena aperta Anna Falcone parla di un luogo che oggi non c’è e va conquistato, a qualsiasi costo, quasi fosse da guadagnare col sudore e la fatica e si capisce che è così, nessuno ti regala niente se non lotti per averlo. Forse è questo che ci ha spaventato per molto tempo.

Ma ora ci siamo e siamo pronti.

Le parole non vanno misurate, e il linguaggio asciutto impone all’attenzione i passaggi più forti di Tomaso Montanari di un incipit che cita a memoria l’art.3 della Costituzione ed è come uno schiaffo a chi ha disatteso e torturato il testo e i protagonisti nascosti dentro quelle parole. Inizia una lunga cavalcata nella storia recente e tornano a galla più errori di quanti noi possiamo ricordare. Tutto vero, grandi applausi con l’amarezza di sapere che la Sinistra ha delle colpe perché ha smesso di fare la sua parte per diventare forza di Governo e contare. Tony Blair ha insegnato molto bene come si gestisce l’arte del travestimento, la tragedia è che noi abbiamo raccolto la lezione pensando che fosse quella giusta.

Quel ‘signore che seleziona tessere di mosaico ’ per comporre ‘la sinistra che più piace a lui e così poco a noi’ non è seduto in teatro, si risparmia i fischi senza il coraggio di accettare un bagno di umiltà urticante, ma è protagonista invisibile del borbottio che aleggia fino a quando uno spavaldo Gotor, quasi a voler rubare la scena ai padroni di casa, ripete come un disco rotto la parola insieme nel suo intervento tutto giocato sulla partecipazione alla kermesse di Campo Progressista del 1 luglio.

Qualche contestazione serve a dare colore ad una rappresentazione opaca, anche se pur accorata. I fischi ad un invitato non sono mai opportuni, ma forse contengono anche quelli destinati a chi non c’è.

L’humus brulicante della Sinistra che ha deciso di non perdonare gli sgarbi, è attenta e composta ad osservare più che ad ascoltare. C’è qualcuno seduto in prima fila che non muove un muscolo, ascolta e aspetta.

La parola ‘insieme’ recitata da Gotor, resta come una eco nell’aria, resta sospesa ma non modifica la scaletta densissima di contenuti che ribadiscono un solo concetto: la richiesta di un cambiamento che guardi la realtà che ci circonda, la vita, il futuro che oggi non vediamo. Sembra quasi un urlo collettivo che dice alla platea ‘Siamo qui, guardateci e guardatevi’.

Nicola Fratoianni risponde all’appello, pretende chiarezza e rompe gli indugi: alternativi al PD. Snocciola una carrellata di parole che conosciamo tutti e spiega perché la direzione sinistra non potrà mai coincidere con l’ambiguità. Nessuno esclude nessuno ma dobbiamo guardare a sinistra.

Si accettano altre voci, sappiamo che forse non faranno parte dello stesso coro, ma come spesso succede è sulla lunga durata che si misurano i pentimenti. Cambiare opinione è possibile, ma serve anche l’umiltà di ammettere gli errori.

Non credo che aspetteranno in tanti il primo luglio per sapere dove andare e con chi.

I calendari sui territori sono già molto pieni di impegni che cavalcano l’onda del Brancaccio.

C’è la voglia di lavorare a questo progetto e di esserci perché è stata una bella giornata quella al Brancaccio.

Una conferma che si può finalmente toccare perché è visibile ed è rappresentanza tangibile di ciò che sta accadendo e ha già iniziato ad accadere da un po’.

Qui a Livorno è così, e sarà così perché si percepisce sui volti dei militanti il conforto di essere sulla strada giusta ma di sapere che questa volta deve essere la politica ad “inseguire”, non il contrario. Ci mettiamo generosamente e umilmente al servizio e non parleremo di fallimento della politica, bisogna solo dimostrare di essere all’altezza. Prestare quanta più attenzione possibile alla richiesta di chiarezza che ci viene da chi incontreremo quando costruiremo progetto nella società e per la società.

Troppe volte abbiamo tradito un sogno che era alla nostra portata e l’abbiamo sprecato.

Questa è l’ultima chiamata.

Grazie Anna, grazie Tomaso.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

Costituzione e legge elettorale: quale futuro per la sovranità popolare ?

 

Organizzato dai comitati livornesi per il NO nel referendum costituzionale e Contro l’Italicum
 
Dopo il successo dei nostri comitati nel referendum contro le modifiche costituzionali e la bocciatura della legge elettorale Italicum da parte della Consulta, è necessario un impegno continuo per evitare che nuove forme di mortificazione della sovranità popolare vengano introdotte nella prossima legge elettorale. In questo quadro, quale ruolo possono svolgere i comitati? 
Ne parliamo venerdì 23 giugno con Luca Pastorino (Deputato del gruppo Sinistra Italiana-Possibile) e Bia Sarasini (giornalista e saggista),
al Circolo Arci P. Carli di Salviano.